Successione di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi nel settore scolastico: per il Tribunale di Torino non può aversi come conseguenza la costituzione di un rapporto a tempo indeterminato ma esclusivamente il risarcimento del danno, ancorché in “re ipsa” e quantificabile in 15 mensilità

Dopo la sentenza Mascolo della Corte di Giustizia UE, che ha sancito la contrarietà al diritto europeo della normativa italiana sulle supplenze scolastiche, Il Tribunale di Torino in data 30 gennaio 2015 accoglie il ricorso di una docente precaria che aveva lavorato per più di 36 mesi in virtù di una successione di contratti a tempo determinato, tutti con scadenza al 30 giugno (supplenze su posti vacanti ma non disponibili, sino al termine dell’anno scolastico).

In concreto, tuttavia, il Tribunale, discostandosi dalle recentissime sentenze del Tribunale di Napoli, non ritiene che una successione di contratti a tempo determinato, che superi il tetto massimo dei 36 mesi, possa implicare la conversione o costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato (peraltro non richiesta dalla ricorrente). Ritiene invece fondata la richiesta di risarcimento danni per abusivo ricorso reiterato al contratto a termine.

Il giudice piemontese non dubita che la misura del tetto massimo dei 36 mesi (introdotta l’1 gennaio del 2008), debba ritenersi “in astratto” applicabile anche al settore scolastico, il quale altrimenti risulterebbe privo di una misura preventiva rispetto al ricorso abusivo a più contratti a tempo determinato (art. 5 co. 4-bis d.lgs. 368/2001).

Peraltro, la violazione della norma imperativa di cui all’art. 5 co 4-bis non è preclusa, a dire del Tribunale, dalla circostanza che una parte dei contratti in questione sia anteriore all’entrata in vigore della norma citata (1 gennaio 2008).

Alla luce infatti di quanto previsto come regime transitorio (dalla stessa legge introduttiva dell’art. 5 co. 4-bis), appare condivisibile quanto statuito già da Trib. Milano 12 maggio 2010: e cioè che “Nel caso di stipulazione reiterata di contratti a termine, il rapporto si converte a tempo indeterminato se, per effetto della stipulazione di un contratto a termine in data successiva al 31 marzo 2009, il periodo effettivamente lavorato, anche per effetto di contratti a termine stipulati precedentemente, supera il limite massimo di trentasei mesi”.

Nel caso di specie, al momento della stipulazione del primo contratto successivo a tale data e prima dell’entrata in vigore dell’art. 10 co. 4-bis (14 maggio 2011), il termine dei 36 mesi risultava superato.

L’applicabilità dell’art. 5 co. 4-bis al settore scolastico non sarebbe dunque discutibile, ancorché In applicazione di tale norma imperativa, ed in caso di sua violazione, il rapporto non possa intendersi a tempo indeterminato: nel settore pubblico, infatti, la violazione di norme imperative non può comportare la conversione del rapporto a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato (art. 36 d.lgs. 165/2001). In sostanza, la violazione del tetto dei 36 mesi prevista dalla legge sul contratto a tempo determinato (d.lgs. 368/2001), non può avere come conseguenza la costituzione di un rapporto a tempo determinato, in virtù di quanto sancito in generale dal TU sul pubblico impiego (d.lg. 165/2001) e ribadito, per il settore scolastico, dall’art. 4 co. 14-bis L. 124/99 (art. 1 co. 1 D.L. 25 settembre 2009 n. 134 conv. in L. 167/2009).

Il divieto generale di conversione nel settore pubblico e la disciplina speciale di settore non osterebbero, invece, all’applicazione della generale misura risarcitoria prevista dal TU sul pubblico impiego per l’ipotesi di “prestazione di lavoro in violazione di disposizioni normative” (art. 36 d.lgs. 165/2001).

A tal proposito, il Tribunale di Torino ritiene che il danno non debba essere provato dal lavoratore ma sia da considerare in re ipsa, come stabilito dalla sentenza Papalia della Corte di giustizia UE e, a seguito della stessa, anche dalla Corte di cassazione 27481/2014.

Quanto alla misura del risarcimento, invece, il danno dovrebbe quantificarsi avendo riguardo a quanto previsto dall’art. 18 come misura alternativa alla reitegrazione (15 mensilità), mentre poco soddisfacente e “apodittico” sarebbe il riferimento all’art. 8 L. 604/1966 (così invece Corte di cassazione 27481/2014).

Tale misura risarcitoria sarebbe adeguata ed equivalente rispetto alla misura della conversione.

In sintesi, la decisione del Tribunale piemontese sembra discostarsi radicalmente dalle tre sentenze gemelle del Tribunale di Napoli, che hanno invece ritenuto la possibilità di applicare, in caso di superamento del tetto massimo dei 36 mesi, anche la conseguenza della “costituzione” di un rapporto ex nunc a tempo indeterminato; ciò, in ragione della distinzione tra “conversione” ex tunc per violazione di norme imperative, non consentita nel settore pubblico, e “costituzione” ex nunc di un rapporto a tempo determinato: quest’ultima fattispecie sarebbe, infatti, la risposta dell’ordinamento non già alla violazione di una norma imperativa, ma alla successione legittima di contratti a tempo determinato oltre il tetto massimo dei 36 mesi (cfr. LA NOTTE CHIRONE, Quale tutela per i precari del pubblico impiego: spunti di riflessione, in Riv. giur. lav., 2012, I, 737; la tesi è condivisa da NUNIN, “Tanto tuonò che piovve”: la sentenza “Mascolo” sull’abuso del lavoro a termine nel pubblico impiego, Lav. giur., 2015, 135; e cfr. anche MENGHINI, Sistema delle supplenze e parziale contrasto con l’Accordo europeo: ora cosa succederà?, in Riv. it. dir. lav., 2015;).

La decisione che si segnala, seppur implicitamente, non ritiene di poter accogliere tale distinzione e ammette, quale unica misura a tutela del lavoratore precario del settore scolastico, il risarcimento del danno, ancorché come danno in re ipsa e quantificabile, in linea con la giurisprudenza lavoristica genovese, avendo riferimento alla misura delle 15 mensilità previste sin qui dall’art. 18 co. 3 (L. 300/70).