Disciplina codicistica delle associazioni (art. 24 co. 3 c.c.) ed espulsione di un membro di un gruppo confessionale: il Tribunale di Trieste sui limiti del sindacato del giudice italiano

Il Tribunale di Trieste con sentenza 22 gennaio 2015 interviene in merito all’ammissibilità del sindacato del giudice italiano rispetto al provvedimento di espulsione da una comunità religiosa di un adepto.

Il Tribunale afferma che l’ampiezza del sindacato del giudice statale sui provvedimenti di espulsione adottati all’interno di un gruppo confessionale si riduce al solo vaglio del rispetto concretamente offerto dalle competenti autorità confessionali dei diritti fondamentali in gioco e, segnatamente, del diritto di difesa, inteso nel suo nucleo essenziale di sostanziale possibilità di contraddire all’interno del procedimento di espulsione.

Ciò in quanto nell’ordinamento giuridico italiano la potestà sanzionatoria e disciplinare di tali gruppi trova una sua propria fonte, speciale e diretta (in luogo di quella comune prevista dal codice civile per gli enti associativi), data da una parte, dal combinato disposto costituzionale di cui agli artt. 7, I° co. e 8, II° co. (posto a garanzia, rispettivamente, della non ingerenza da parte degli organi statali nell’ordine distinto delle confessioni religiose – e in particolare nei provvedimenti irrogati ai membri uti fidelis -, e dell’esplicazione della loro autonomia organizzativa, col solo limite della salvaguardia dei principi fondamentali dell’ordinamento); dall’altra parte, dal diritto giurisprudenziale prodotto dalla Consulta, che ha ribadito nel tempo la forza e la cogenza di tali precetti, mettendo a fuoco – a partire dagli anni ’70 – il ruolo limite costituito dai “principi supremi” dell’ordinamento statuale.

Ne deriva, quindi, secondo il Tribunale, che l’espulsione del singolo adepto a seguito dell’esplicarsi di quella autonoma potestà organizzativa, che comprende naturaliter l’irrogazione di sanzioni, possa essere sindacata e dichiarata illegittima da un giudice della Repubblica unicamente laddove questi riscontri la chiara ed effettiva lesività in concreto dei diritti fondamentali della persona garantiti dalla Costituzione (art.2) – all’esterno e – all’interno delle formazioni sociali; ossia quando, sulla base dei documenti e delle allegazioni di causa offerti allo scrutinio giudiziale, si appalesi l’effettiva attitudine dell’espulsione a recare un danno ingiusto in spregio ai beni costituzionalmente presidiati (ad es. con modalità tali da ledere il prestigio, l’onore e la dignità del soggetto espulso).