Decreto di sospensione dalla carica di consigliere regionale per condanna non definitiva: la Corte di Appello di Bari ritiene non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della Legge Severino e sospende il decreto

Con l’ordinanza del 27 gennaio 2015 Est. Scalera, la Corte d’Appello di Bari ha dichiarato rilevanti e non manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione ad alcune disposizione del D. lgs. 235/2012 (c.d. Legge Severino).

In particolare, la Corte barese sospetta l’illegittimità della disposizione normativa che prevede la sospensione di diritto “per incandidabilità” del consigliere regionale in caso di condanna non definitiva (art. 8).

Conseguentemente, sospende il giudizio, nonché il provvedimento di sospensione del consigliere regionale condannato.

A seguito di condanna penale – non ancora passata in giudicato – per i reati di falso e abuso d’ufficio, con contestuale interdizione dai pubblici uffici, veniva emesso un decreto con il quale il Presidente del Consiglio dei Ministri disponeva, nei confronti del condannato, la sospensione dalla carica di consigliere regionale.

Quest’ultimo impugnava, dinanzi al Tribunale di Bari, suddetto decreto, deducendo l’illegittimità costituzionale degli artt. 7 e 8 D.lgs. 235/2012, sia sotto il profilo dell’eccesso di delega (in quanto la Legge 190/2012 aveva previsto la sospensione solo in caso di condanne definitive), sia sotto quello della disparità di trattamento, atteso che: 1) per le cariche nazionali non è prevista alcuna analoga sospensione a seguito di sentenze non passate in giudicato; 2) la normativa in esame prescrive per i parlamentari nazionali ed europei l’incandidabilità nei soli casi di condanna a pena detentiva superiore a due anni, mentre per gli eletti a cariche regionali non prevede alcuna soglia minima di pena.

Infine si denunciava il contrasto con gli artt. 25, 117 Cost. e 7 CEDU, in quanto le disposizioni della Legge Severino consentono la sospensione della carica in relazione a reati commessi prima della entrata in vigore della Legge (sul punto v. TAR Campania ord. 2 novembre 2014 n. 1801  – confermata da Cons. Stato, ord. 20 novembre 2014 n. 5343 -, con la quale si rimette alla Consulta la questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui all’art. 11 D. lgs. 235/2012, per contrasto con gli artt. 2, 4, comma 2, 51, comma 1 e 97, comma 2, della Costituzione nel punto in cui dispone l’efficacia retroattiva della sospensione dalla carica di Sindaco in conseguenza di fatti aventi rilievo penale o comunque affittivo, ma che sono stati compiuti prima dell’entrata in vigore della legge; Il TAR Campania peraltro ritiene non fondata l’eccezione di difetto di giurisdizione amministrativa, sul presupposto che il ricorrente fosse titolare di un interesse legittimo rispetto all’esercizio del potere prefettizio di sospensione).

Il Tribunale rigettava il ricorso ritenendo infondate le denunciate questioni di incostituzionalità, in ragione del fatto che, quanto al primo profilo, la sospensione ha natura cautelare e transitoria, e che tale carattere mal si concilierebbe con quello definitivo che connota una sentenza passata in giudicato; inoltre, il supposto superamento della delega implicherebbe, al più, una responsabilità politica del Governo verso il Parlamento.

Quanto al secondo profilo, secondo il giudice di prime cure, non si può ravvisare alcuna disparità di trattamento, posto che la differente posizione ricoperta dai parlamentari nazionali e dai titolari di cariche regionali giustifica una diversa disciplina. Infine, in relazione all’ultimo punto censurato, il Tribunale afferma che “la natura amministrativa e non sanzionatoria della sospensione rendeva fuor d’opera ogni considerazione in ordine all’asserita retroattività della norma, che si limitava a regolare gli effetti amministrativi della condanna non definitiva, che andrebbe considerata alla stregua di antecedente fattuale al cui verificarsi consegue de jure l’effetto sospensivo” (nello stesso senso Trib. Palermo 11 giugno 2014, Est. Lo Forte).

La Corte d’Appello di Bari giunge, invece, a conclusioni diverse.

Riguardo all’ultimo punto, la Corte non mette in dubbio che, al di là della sua natura amministrativa, la sospensione generi un effetto afflittivo: “sebbene infatti” – prosegue – “lo scopo delle norme sia indubbiamente quello di allontanare dall’amministrazione della cosa pubblica, anche in via cautelare, chi si sia reso moralmente indegno tuttavia va considerato che la suddetta tutela collide con i diritti, di rango costituzionale, di accesso alle cariche elettive e di esercizio delle funzioni connesse alla carica conseguita in virtù di libere elezioni, diritti tutelati e garantiti dall’art. 51 della Carta Costituzionale…”.

Quanto al problema dell’eccesso di delega, il giudice di appello giudica “generica e poco convincente” l’argomentazione dedotta in primo grado per respingere la relativa eccezione d’illegittimità costituzionale (avrebbe errato il Tribunale, incorrendo in una palese violazione dell’art. 12 Preleggi).

La Corte passa poi ad esaminare il profilo della pretesa disparità di trattamento e, ancora una volta, non condivide le conclusioni del giudice di prime cure, basate esclusivamente su argomentazioni meramente tautologiche, e cioè sulla diversa situazione istituzionale e funzionale in cui si trovano i parlamentari nazionali ed europei da un lato, e i titolari di cariche regionali dall’altro.

Conclude, dunque, per la non manifesta infondatezza delle questioni sollevate e, per questo motivo, sospende l’efficacia del D.P.C.M., atteso che ove la Corte Costituzionale dovesse ritenere fondate le eccezioni di illegittimità costituzionale di tutte o di taluna delle norme oggetto delle censure di cui s’è detto, il diritto del consigliere regionale, tutelato e garantito dall’art. 51 della Costituzione, resterebbe definitivamente ed irrimediabilmente vanificato.

Non può sfuggire che la sospensione “cautelare” del provvedimento (di sospensione dalla carica di consigliere regionale) avviene sul presupposto (fumus boni iuris) della probabile illegittimità costituzionale della disposizione normativa (rectius “non manifesta infondatezza”): nella sostanza, una disapplicazione transitoria della norma ed un controllo diffuso di costituzionalità (su tale questione e sulle possibili soluzioni adottabili dal giudice cfr. da ultimo RONCO, Procedimento cautelare ed incidente di costituzionalità, in Giur. it., 2014, 2739, ad avviso del quale l’opzione della disapplicazione appare comunque preferibile)