Clausole abusive e integrazione del contratto. La Corte di Giustizia con la sentenza “Unicaja Banco” riafferma il principio della mera caducazione della clausola

Con sentenza del 21 gennaio 2015, Rel. Levits, la Corte di Giustizia UE si pronuncia su alcune domande di rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE, relative alla corretta interpretazione dell’articolo 6 della Direttiva 93/13/CEE del Consiglio del 5 aprile 1993, nelle cause riunite C-482/13, C-484/13, C-485/13 e C-487/13.

Le fattispecie concrete riguardavano diversi procedimenti di esecuzione forzata immobiliare, che due banche spagnole avevano avviato contro alcuni consumatori, in dipendenza dei contratti di mutuo ordinario, garantiti da ipoteche, con essi stipulati. Nell’ambito di tali procedure in executivis, i giudici designati s’interrogavano sul carattere «abusivo» di due clausole contenute nei contratti e, conseguentemente, sulla compatibilità della normativa spagnola in tema di crediti ipotecari con il diritto dell’Unione in materia di clausole vessatorie.

In merito alle due clausole sospette, occorre segnalare che i contratti controversi si caratterizzavano per la previsione di tassi d’interesse moratori particolarmente alti nonché per l’esistenza di una clausola di decadenza dal beneficio del termine pattuito in caso di inadempimento del mutuatario, con conseguente diritto per il mutuante di anticipare la data di esigibilità inizialmente concordata e di richiedere il pagamento dell’intero capitale dovuto (maggiorato degli interessi di mora, delle commissioni e delle spese concordati).

Quanto al diritto spagnolo, occorre invece ricordare che l’art. 114 della Ley Hipotecaria, come modificata dalla Legge 1/2013 dispone che gli interessi di mora, relativi a contratti di mutuo o di credito, garantiti da ipoteca, per l’acquisto di immobile da adibire ad abitazione principale, non possano eccedere il triplo del tasso di interesse legale e possano maturare solo sulla somma principale insoluta (regime da applicarsi, per espressa previsione della Legge 1/2013, anche ai contratti già stipulati alla data di entrata in vigore della legge). Inoltre, ai sensi dell’art. 83 del Real Decreto Legislativo 1/2007 del 16 novembre, por el que se aprueba el texto refundido de la Ley General para la Defensa de los Consumidores y Usuarios y otras leyes complementarias, le clausole vessatorie sono nulle di diritto e la parte del contratto affetta da nullità è integrata conformemente all’articolo 1258 del codice civile e al principio di buona fede oggettiva; inoltre, il giudice ordinario ha il potere di integrazione del contratto e di moderazione dei diritti ed obblighi delle parti. Infine, nella specifica ipotesi in cui la clausola abusiva sia contenuta nel titolo esecutivo, da cui sia già scaturita l’esecuzione forzata, il codice di procedura civile spagnolo, come modificato dalla legge 1/2013 a seguito della sentenza Aziz (C-415/11), stabilisce che il giudice dell’esecuzione dichiari l’improcedibilità dell’esecuzione o consenta la medesima senza applicazione delle clausole considerate abusive.

Pertanto, i giudici a quibus attivano il rinvio pregiudiziale, ipotizzando che l’articolo 6, paragrafo 1, della Direttiva 93/13/CEE osti ad una disposizione nazionale in virtù della quale il giudice dell’esecuzione sia tenuto a far ricalcolare le somme dovute a titolo della clausola di un contratto di mutuo ipotecario che preveda interessi moratori eccessivi e contra legem.

La Corte di Giustizia, in primo luogo, segnala che l’ambito di applicazione della legge ipotecaria spagnola è più ampio rispetto ai confini del diritto consumeristico. In secondo luogo, nel dare soluzione ai casi sottoposti al suo vaglio, argomentando sulla base degli articoli 3, 6 e 7 della citata direttiva e richiamando i suoi precedenti orientamenti (Kásler et Káslerné Rábai C-26/13, in Dir. civ. cont. 25 giugno 2014, con nota di D’Adda, Il giudice nazionale può rideterminare il contenuto della clausola abusiva essenziale applicando una disposizione di diritto nazionale di natura suppletiva; Asbeek Brusse e de Man Garabito, C-488/11; Banco Español de Crédito, C-618/10), riafferma il principio secondo cui il contratto contenente una clausola vessatoria rimane vincolante nella sua restante parte, nonostante la nullità della singola clausola, essendo esclusa qualsiasi sostituzione automatica delle clausole nulle con norme legislative di tipo dispositivo o qualsiasi etero-correzione del regolamento negoziale a mezzo provvedimento giudiziale.

Infatti, “il contratto deve sussistere, in linea di principio, senz’altra modifica che non sia quella risultante dalla soppressione delle clausole abusive, purché, conformemente alle norme di diritto interno, una simile sopravvivenza del contratto sia giuridicamente possibile” (Banco Español de Crédito, C-618/10, punto 65). Normative nazionali che permettessero l’integrazione del contratto sarebbero in contrasto, secondo la Corte, con il dato normativo della direttiva e vanificherebbero la realizzazione dell’obiettivo di lungo termine di cui all’articolo 7 della medesima, che assolve a funzione dissuasiva dell’inserimento di clausole abusive nei contratti B2C nelle politiche di mercato dei professionisti. Soltanto la mera caducazione della clausola, infatti, è in grado di riequilibrare la situazione di inferiorità in cui versa il consumatore rispetto al professionista.

Solo in un caso la descritta regola soffrirebbe invece di una deroga: ove il contratto concluso tra professionista e consumatore non potesse sussistere dopo l’eliminazione della clausola abusiva, con conseguente grave pregiudizio per il consumatore, sarebbe compatibile con il diritto dell’Unione una regola di diritto nazionale che permettesse al giudice nazionale di ovviare alla nullità della suddetta clausola sostituendo a quest’ultima una disposizione di diritto nazionale di natura suppletiva (Kásler C-26/13, in Dir. civ. cont. 25 giugno 2014, con nota di D’Adda, Il giudice nazionale può rideterminare il contenuto della clausola abusiva essenziale applicando una disposizione di diritto nazionale di natura suppletiva).

Tali assunti si ritrovano nelle conclusioni dell’Avvocato generale Niels Wahl del 16 Ottobre 2014.

L’orientamento testé descritto, costantemente adottato dalla Corte, è però criticato dalla dottrina maggioritaria perché tradisce ambiguità ed incongruenze (cfr. PAGLIANTINI, L’equilibrio soggettivo dello scambio (e l’integrazione) tra Corte di Giustizia, Corte costituzionale ed ABF: “il mondo di ieri” o un trompe l’oeil concettuale?, in Contratti, 2014, 854 ss.; D’ADDA, Giurisprudenza comunitaria e “massimo effetto utile per il consumatore”: nullità (parziale) necessaria della clausola abusiva e integrazione del contratto, in Contratti, 2013, 22ss.; DELLA NEGRA, Il “fairness test” nelle clausole vessatorie: la Corte di Giustizia e il diritto nazionale, in Contratti, 2013, 1063; PAGLIANTINI, L’interpretazione più favorevole per il consumatore ed i poteri del giudice, in Riv.dir.civ., 2012, 291ss. In generale, sul tema dell’integrazione del contratto, cfr. FEDERICO, Profili dell’integrazione del contratto, Milano, 2008, 180 ss.).

Sotto il profilo tecnico-dogmatico, si è messo in luce che la conservazione del contratto depurato dalla clausola abusiva “secondo i medesimi termini” lascerebbe deporre per un’interpretazione favorevole alla rideterminazione dei contenuti della clausola abusiva (GENTILI, L’inefficacia delle clausole vessatorie, in Riv. dir. civ.,1997, I, 432 e ss.). Sotto il profilo sostanziale, si è rilevato che la contrapposizione di rimedi, da un lato quello della secca caducazione della clausola e della conservazione del contratto “secondo i medesimi termini”, dall’altro quello dell’integrazione del contratto, sia fallace alla base, poiché “la correzione di un regolamento negoziale può avvenire anche mediante sottrazione” (D’ADDA, Giurisprudenza comunitaria, cit., 28). Non manca chi ha sollevato dubbi sull’attribuzione del ruolo di «principio cardine» del giudizio di vessatorietà alla clausola di buona fede, nella misura in cui si faccia coincidere la buona fede con l’esclusiva considerazione della condizione del consumatore (DELLA NEGRA, Il “fairness test”, cit., 1070).