Riconosciuto lo status di rifugiato ad un cittadino pakistano di religione sciita la cui incolumità è minacciata da un gruppo terroristico “vicino” al governo pakistano

Con ordinanza del 2 gennaio 2015 il Tribunale di Catanzaro, Giud. Scalera riconosce lo status di rifugiato a favore di un cittadino pakistano che, a causa del credo religioso sciita, era stato costretto a lasciare il proprio paese per sfuggire alle violente minacce provenienti da alcuni esponenti di un gruppo terroristico, avente tra i propri obiettivi principali l’eliminazione degli sciiti dal Pakistan.

Il ricorrente impugna il provvedimento emesso dalla Commissione Territoriale di Crotone con il quale era stata negata la protezione internazionale, chiedendo al giudice il riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, la concessione della protezione sussidiaria, ovvero, in via ulteriormente subordinata, il rilascio del permesso di soggiorno per protezione umanitaria (per la concessione della “protezione sussidiaria” cfr. in questa rivista le pronunce della Corte di appello di Bari e e della Corte di appello di Catania).

Preliminarmente va richiamata la pronuncia della Corte di Cassazione 4 aprile 2013 n. 8282 (v. sul tema anche Cassazione Sez. Un. 17 novembre 2008 n. 27310 Rel. Luccioli), secondo la quale l’art. 3, comma 5 del d.lgs. 251/2007 (che riproduce l’art. 4 della Direttiva 2004/83/CE) da un lato e l’art. 8 del d.lgs. 25/2008 (relativo al dovere di cooperazione istruttoria incombente sul giudice in ordine all’accertamento delle condizioni aggiornate del paese d’origine del richiedente asilo) dall’altro individuano la disciplina in ordine all’onere probatorio da assolvere: “le circostanze e i fatti allegati dal cittadino straniero, qualora non siano suffragati da prova possono essere ritenuti credibili se superano una valutazione di affidabilità fondata sui sopradescritti criteri legali, tutti incentrati sulla verifica della buona fede soggettiva nella proposizione della domanda, valutabile alla luce della sua tempestività, della completezza delle informazioni disponibili, dall’assenza di strumentalità e dalla tendenziale plausibilità logica delle dichiarazioni, valutabile non solo dal punto di vista della coerenza intrinseca ma anche sotto il profilo della corrispondenza della situazione descritta con le condizioni oggettive del paese”.

Secondo il giudice di Catanzaro, si tratta, pertanto, di una valutazione fondata su parametri normativi tipizzati e da svolgere tramite un’analisi comparativa degli elementi di affidabilità e di quelli critici.

Nel caso di specie le dichiarazioni del richiedente si potevano reputare veritiere, non solo perché fornite in modo preciso e dettagliato, ma anche perché risultavano coerenti con le notizie provenienti dal paese d’origine (v. “Pakistan: How Shia Muslims differ from Sunnis; treatment of Shias, particularly in Lahore and Multan; government response to violence against Shia Muslims (2010-December 2013)” in www.ecoi.net, pubblicato il 9.1.2014 dall’Immigration and Refugee Board of Canada): pertanto, considerato assolto l’onere della prova e tenuto conto di suddette informazioni, le quali dimostrano l’esistenza di un serio e concreto pericolo per l’incolumità e per la vita del ricorrente, anche in ragione del legame esistente tra il gruppo terroristico in questione e lo stesso governo del Pakistan, il Tribunale ritiene sussistenti tutti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato.

Cfr. il provvedimento della Corte di appello di Bari 5 marzo 2015 che riconosce lo status di rifugiato ad un cittadino pakistano di religione Ahmadya