Procedure concorsuali e misure di prevenzione “antimafia”: il Tribunale di Marsala dichiara l’inammissibilità di una proposta di concordato preventivo di una società confiscata

Trib. Marsala, 10 giugno 2014, Est. Russolillo, con un provvedimento solidamente argomentato dichiara inammissibile la proposta di concordato preventivo avanzata da una società sottoposta ad amministrazione giudiziaria le cui quote sociali nonché l’intero compendio aziendale sono stati oggetto di confisca definitiva.

Muovendo dalla premessa, pienamente condivisibile tanto nella sua pregnanza ermeneutica (cfr., in quest’ottica, Corte Cost., ord. 24 marzo 2011, n. 102) quanto nel suo ancoraggio al diritto positivo (art. 63 del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159), della fallibilità della cd. impresa mafiosa, l’organo giudicante ricostruisce ineccepibilmente le interferenze tra gli effetti dell’atto ablatorio divenuto definitivo e la possibilità di accedere ad una soluzione concordata della crisi d’impresa.

Il concordato preventivo strutturato sulla falsariga della bonorum cessio è assiologicamente incompatibile con l’esistenza di una misura ablatoria patrimoniale segnata – anche alla luce delle norme contenute nella l. 24 dicembre 2012, n. 228 e della fondamentale pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass. Civ., Sez. Un., 7 maggio 2013, n. 10532) – da venature spiccatamente espropriative e sanzionatorie, se non altro perché i beni sequestrati e definitivamente confiscati sono acquisiti al patrimonio dello Stato e, pertanto, risolutivamente sottratti all’imprenditore.

La salvaguardia del preminente interesse pubblico condensato nell’esigenza di privare la criminalità organizzata di ossigeno economico e finanziario costituisce il sostrato ideologico – che, per quanto opinabile (cfr., al riguardo, le condivisibili perplessità espresse da S. MAZZAMUTO, La tutela dei terzi di buona fede nella confisca antimafia: le ultime novità legislative e giurisprudenziali, in www.juscivile.it, 2013, 7, 406), risulta comunque opportunamente valorizzato dal collegio – per la declinazione della natura giuridica dei provvedimenti di confisca alla stregua di acquisto a titolo originario e non derivativo da parte dei pubblici poteri. Tale essendo la conformazione del diritto vivente, è inevitabile riconoscere che la soluzione concordata dello stato di crisi, seppur astrattamente ammissibile, può realizzarsi in concreto esclusivamente attingendo a nuova finanza con garanzia prestata da terzi o mediante la formula della continuità produttiva.

La limpidezza di questa ricostruzione passa anche attraverso la destrutturazione del funambolico assunto della società proponente stando al quale i suoi organi sociali sarebbero assimilabili a protesi operative con le quali l’Agenzia Nazionale Beni Sequestrati e Confiscati adempie le funzioni istituzionali di amministrazione e di destinazione del complesso aziendale “espropriato”. Orbene, l’organo giudicante non lesina censure né sotto l’aspetto della sostanziale irriducibilità della liquidazione preordinata al soddisfacimento dei diritti di credito vantati dai terzi di buona fede (scandendo le tappe di un complesso e penalizzante procedimento disegnato dal d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159 e dalla l. 24 dicembre 2012, n. 228) rispetto a quella proposta dall’imprenditore in ambito concorsuale, né sotto il profilo della indiscutibile immunità fallimentare dell’Agenzia, inidonea, in quanto soggetto sostanzialmente e formalmente pubblico, a ricadere – sia pure per il tramite di una società commerciale – nella trama applicativa dell’ipotesi concordataria.

Il collante enzimatico dell’iter argomentativo del Tribunale è costituito dalla categoria della fattibilità del piano concordatario, che riflette – oggi più di ieri – uno strumento di ristrutturazione dell’esposizione debitoria caratterizzato da evidenti riflessi pubblicistici finalizzati, in ultima istanza, ad evitare una nefasta aggressione ab intrinseco dei rapporti obbligatori tra il debitore e ciascun creditore. Ed invero, nel momento in cui si attribuisce all’organo giurisdizionale il potere di vagliare se il contenuto prognostico della proposta concordataria si riveli adeguato allo scopo, si riconosce – neanche troppo velatamente – che la fattibilità giuridica è concetto ben diverso dalla fattibilità economica, in quanto la prima, a differenza della seconda, è espressione del dover essere del procedimento concordatario e della causa concreta ad esso connessa, sulla cui valenza funzionale nessun rilievo può assumere la volontà del ceto creditorio.

Facendo buon governo delle coordinate ermeneutiche tracciate da Cass. Civ., Sez. Un., 23 gennaio 2013, n. 1521, il Tribunale di Marsala disinnesca alla radice l’ammissibilità di una soluzione concordataria di tipo liquidatorio incentrata su beni attinti dalle misure patrimoniali, imboccando il sentiero della declaratoria di fallimento, dalla cui massa attiva andrà certamente depennato, in virtù di quanto disposto dall’art. 63, comma 4, del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, il compendio aziendale assoggettato a confisca definitiva.

Gli ulteriori motivi d’inammissibilità vengono puntualmente individuati nella fragilità dell’attestazione resa dal professionista in ordine alla fattibilità del piano concordatario e della proposta che ne costituisce strumento realizzativo. Passando in rassegna i profili di contrarietà alle norme in materia di cause legittime di prelazione nonché le evidenti carenze contenutistiche del giudizio espresso dall’attestatore, il collegio rileva correttamente che i margini per una consapevole espressione della volontà creditoria sono ridotti al lumicino, di talché anche su questo terreno la fattibilità giuridica si sgretola inesorabilmente. D’altronde, è appena il caso di segnalare che l’apprezzabile se non rara igiene espositiva del tessuto motivazionale sembra arenarsi nell’equivoco (magistralmente smascherato da A. DI MAJO, Il percorso “lungo” della fattibilità del piano proposto nel concordato, in Il Fallimento, 2013, 292 e da I. PAGNI, Il controllo di fattibilità del piano di concordato, ivi, 286) di calibrare il sindacato giudiziale sulla relazione attestativa (e, dunque, nei termini di un giudizio di secondo grado) e non, invece, direttamente sul piano che ne rappresenta il riferimento. Il che, probabilmente, discende da una formulazione non proprio adamantina del principio di diritto consacrato da Cass. Civ., Sez. Un., 23 gennaio 2013, n. 1521, ma non vale certamente a scalfire la compattezza e la consistenza logica di un provvedimento tanto sorvegliato nelle sue premesse quanto ineccepibile nel suo approdo.