Le Sezioni Unite sanciscono il definitivo declino dell’occupazione appropriativa (anche per le vicende espropriative anteriori al 2001) e statuiscono che il termine di prescrizione per il risarcimento non decorre dalla irreversibile trasformazione del fondo

Le Sezioni Unite, con sentenza 19 gennaio 2015 n. 735, Rel. Di Amato, a composizione di contrasto, hanno affermato il principio, secondo il quale, l’illecito spossessamento di un privato da parte della P.A., con l’irreversibile trasformazione del terreno per la realizzazione di un’opera pubblica (cd. accessione invertita), non comporta l’acquisto della proprietà da parte dell’Amministrazione, conservando il privato il diritto alla restituzione del bene, salvo che lo stesso non preferisca chiedere il risarcimento del danno. Quest’ultima eventuale richiesta costituisce rinuncia abdicativa (e non traslativa) alla proprietà.

Spetta, in ogni caso, per la perdita delle utilità ricavabili dal terreno per l’illegittima occupazione, il diritto al risarcimento del danno. La prescrizione quinquennale dello stesso decorre, non dalla irreversibile trasformazione del fondo (come sostenuto dai giudici di prime e seconde cure) ma, per la perdita del godimento, dalle singole annualità; ove invece venga chiesto il risarcimento per equivalente, la prescrizione decorre dalla data della domanda (perché questa costituisce rinuncia implicita abdicativa alla proprietà).

Anche dunque le c.d. espropriazioni indirette che si collocano temporalmente prima del TU 37/2001 (per quelle successive la questione era ormai pacifica) vengono espunte dall’ordinamento, almeno nel senso che alle stesse non si riconosce un effetto traslativo, con la conseguenza che l’illecito è da considerarsi permanente, anche ai fini della prescrizione.

La vicenda ha origine in tempi assai risalenti. Il Tribunale di Palmi in data 9 novembre 1995 rigettava, infatti, la domanda di risarcimento da occupazione appropriativa ritenendo prescritto il termine per l’esercizio della relativa azione. La  sentenza veniva confermata dalla Corte di appello di Reggio Calabria in data 22 febbraio 2007, in ragione della decorrenza del termine quinquennale dalla irreversibile trasformazione del fondo verificatasi nel 1960.

La Prima sezione, con ordinanza 15 maggio 2013 rimetteva gli atti al Primo Presidente affinché valutasse l’opportunità di sottoporre alle Sezioni Unite il contrasto registratosi tra le sezioni semplici: secondo alcuni giudici, infatti, per le occupazioni realizzatesi prima del TU 327/2001 sarebbe stato ancora possibile applicare l’istituto dell’occupazione espropriativa (illecito istantaneo con effetti permanenti e diritto al valore del bene espropriato); secondo altro orientamento invece, ciò non sarebbe stato possibile sia perché l’istituto è ormai in contrasto con le norme della CEDU, sia perché il nuovo istituto dell’occupazione sanante (art. 42-bis TU 327/2001) sarebbe applicabile  retroattivamente anche alle occupazioni in discorso.

Quest’ultimo argomento non convince le Sezioni unite, che escludono che la sopravvivenza o meno dell’istituto dell’occupazione appropriativa, per le vicende espropriative antecedenti l’entrata in vigore del Testo Unico, possa argomentarsi in ragione della retroattività dell’art. 42- bis (che ha sostituito l’art. 43 dichiarato costituzionalmente illegittimo).

Piuttosto, il definitivo declino dell’istituto dell’espropriazione indiretta avrebbe come unico argomento il suo inequivocabile contrasto con le norme CEDU, come già affermato dalle ordinanze delle sezioni unite 441 e 442 del 13 gennaio 2014, che hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 42-bis.

Più in particolare, le sezioni unite escludono che il proprietario perda il proprio diritto al controvalore del bene, poiché in alternativa alla restituzione è sempre possibile la rinuncia abdicativa (e non traslativa), implicita nella richiesta del risarcimento per equivalente, che, appunto in quanto abdicativa, non comporta l’automatica acquisizione del bene da parte della p.a.

Il privato inoltre ha diritto al risarcimento dei danni per il periodo, non coperto dall’eventuale occupazione legittima, durante il quale ha subito la perdita delle utilità derivanti dal terreno, e ciò, trattandosi di illecito permanente, sino al momento della restituzione, o al momento in cui ha chiesto il risarcimento del danno per equivalente, con implicita rinuncia abdicativa alla proprietà.

Ne consegue che la prescrizione quinquennale per il diritto al risarcimento dei danni non decorre dalla irreversibile trasformazione del fondo (nel caso di specie avvenuta nel 1960) ma dalle singole annualità, quanto al danno per la perdita del godimento, e dalla data della domanda implicitamente abdicativa quanto alla reintegrazione per equivalente.

Per tali ragioni, le Sezioni Unite cassano la sentenza impugnata e rinviano alla Corte di appello di Reggio calabria che dovrà attenersi al principio di diritto esposto.