Abuso di contratti a tempo determinato nel settore scolastico: prime applicazioni giurisprudenziali dopo la sentenza “Mascolo” (CGUE 26 novembre 2014)

Trib. Sciacca 3 dicembre 2014 si segnala per essere la prima sentenza di cui si ha notizia che, nel decidere sul ricorso di un docente precario avverso l’abuso di una successione di contratti a tempo determinato, tiene conto nell’impianto argomentativo della recentissima decisione della Corte di giustizia che ha sancito la contrarietà al diritto europeo della disciplina italiana in materia di supplenze scolastiche.

La sentenza in primo luogo ricorda che, per il giudice europeo, due delle tre tipologie di supplenze previste dalla disciplina di settore, quelle per esigenze provvisorie e quelle “al 30 giugno” (organico di fatto) – non anche quelle “al 31 agosto” (organico di diritto)  -, sono in astratto giustificate da una “ragione obiettiva” (sussiste cioè una delle tre misure preventive, appunto la “ragione obiettiva”, che il legislatore interno deve predisporre per prevenire l’abuso del ricorso alle supplenze per la copertura di posti in realtà vacanti). Tale ragione (in astratto) obiettiva, tuttavia, deve comunque corrispondere in concreto ad una mera esigenza temporanea.

La terza tipologia, invece, ovvero la supplenza per la copertura di posti vacanti (e dunque sino al 31 agosto, c.d. organico di diritto) sembrerebbe non è giustificabile neanche in astratto.

Secondo il Tribunale di Sciacca per verificare la sussistenza dell’abuso, il giudice nazionale può applicare analogicamente i criteri di cui all’art. 5 co. 3, 4, 4-bis (quest’ultimo prevede l’instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato ex nunc dopo 36 mesi), d.lgs. 368/2001.

Tale passaggio argomentativo presuppone, a dire del Tribunale saccense, la disapplicazione (parziale) della disposizione normativa interna che espressamente esclude che al settore scolastico possano applicarsi i criteri in questione, e cioè l’art. 10 co. 4-bis d.lgs 368/2001.

In sostanza, l’autonomia procedurale imporrebbe al giudice interno di rinvenire una disposizione che possa costituire un deterrente per l’abuso di contratti a tempo determinato secondo la triade imposta, in via alternativa, dal diritto europeo (una giustificazione oggettiva, un tetto massimo, un numero massimo di contratti): nel settore pubblico i criteri “generali” sarebbero quelli previsti dall’art. 5 d.lgs. 368/2001 (al netto della conversione, rectius dell’instaurazione ex nunc di un contratto a tempo indeterminato dopo i 36 mesi).

La “conversione” sarebbe invece esclusa in ragione del contrasto con l’art. 97 Cost. e dunque, a dire del Tribunale, della teoria dei “controlimiti”.

Quest’ultimo passaggio sembra quello meno convincente, non già per la soluzione cui si approda (l’esclusione della c.d. “conversione”), quanto per la stampella argomentativa che addirittura si porrebbe in correlazione con la teoria dei “controlimiti”, la quale sembra qui impropriamente evocata.

Verificata la sussistenza del ricorso abusivo a contratti a tempo determinato, utilizzando i criteri previsti dalla disciplina generale, al ricorrente, docente precario dal 2001 al 2011, viene infine riconosciuto un risarcimento per violazione del diritto comunitario quantificabile con riferimento all’anzianità di servizio maturata a decorrere dal 18 aprile 2009 (ex art. 5 co. 4 d.lgs. 368/2001) e ad altri emolumenti non percepiti (cui, limitatamente alle supplenze in “organico di diritto”, si aggiungono le tredicesime).