La Corte di Appello di Catania concede la protezione sussidiaria con una applicazione della “remissione in termini” ex art. 153 c.p.c. conforme alla giurisprudenza CEDU

Con due sentenze gemelle la Corte di appello di Catania in data  24 dicembre 2013 e 31 ottobre 2013 si è pronunciata sulla richiesta di un cittadino (senegalese in un caso, del Gambia nell’altro) volta al riconoscimento dello “status” di rifugiato (protezione internazionale) o, in subordine, ad ottenere la “protezione sussidiaria” o il rilascio del permesso di soggiorno (art. 5 co. 6, d.lgs. 286/98)

Le domanda erano state respinte dalle competenti Commissioni territoriali e poi dal Tribunale di Catania, in quanto i ricorsi era stati presentati fuori termine.

In primo luogo, gli appellanti chiedono di essere rimessi nei termini per il ricorso in primo grado.

La richiesta ex art. 153 c.p.c. è argomentata in ragione della circostanza che l’avvocato che avrebbe dovuto seguire gli appellanti è stato condannato e sospeso dall’attività proprio con riferimento ad alcune richieste di asilo gestite fraudolentemente.

Ora, se di norma l’infedeltà del legale non integra gli estremi della decadenza non imputabile alla parte, nel caso di un raggiro seriale di alcuni cittadini richiedenti asilo, sussistono gli estremi per la remissione in termini (Corte EDU 27 aprile 2006, Sannino/Italia, in cui La Corte ritiene “che quando un privato, come nella fattispecie, è stato condannato all’esito di un procedimento viziato da inosservanze delle esigenze dell’articolo 6 della Convenzione, un nuovo processo o una riapertura del procedimento su richiesta dell’interessato rappresenta in linea di principio un mezzo adeguato per porre rimedio alla violazione constatata”).

Per tali ragioni la Corte di appello, in entrambi i casi, ritiene sussistano i presupposti per una remissione in termini del ricorso presentato al Tribunale di Catania e da questo ritenuto inammissibile e passa a valutare nel merito la richiesta dello status di rifugiato (persecuzione) o in subordine di protezione sussidiaria per il pericolo di “danni gravi” (pena di morte, tortura), entrambe disciplinate dal d.lgs. 251/2007, il quale peraltro offre una disciplina attenuata dell’onere della prova, come di recente affermato anche dalla Corte di appello di Bari, con riferimento alla richiesta di protezione internazionale.

In linea con le indicazioni anche della giurisprudenza di legittimità, che richiede la “corrispondenza della situazione descritta con le condizioni oggettive del paese d’origine” e la “tendenziale plausibilità logica delle dichiarazioni” , la Corte di Appello di Catania ritiene non inverosimile: 1) che le milizie governative e quelle del Movimento Forze Democratiche di Casamance, da oltre trenta anni in conflitto tra loro, avessero minacciato l’appellante, prima reclutato dal MFDC e poi segnalato alle autorità governative, con conseguente arresto e tortura; 2) che l’altro appellante fosse da ritenersi un oppositore del regime dittatoriale esistente in Gambia e che lo stesso fosse stato già arrestato nel suo paese.

Per tali ragioni, in entrambe le decisioni, la Corte rimette in termini per l’impugnazione e riconosce la “protezione sussidiaria” (art. 14 d.lgs. 251/2007), sussistendo il rischio concreto in caso di ritorno al paese d’origine (Senegal e Gambia), di trattamenti contrari ai diritti umani fondamentali e/o di minacce all’incolumità, rispetto ai quali le autorità locali non appaiono in grado di tutelare con ragionevole certezza l’appellante.