Per le Sezioni Unite il comodato di un immobile destinato a casa familiare e successivamente assegnato al coniuge o al convivente affidatario dei figli non può ritenersi “precario” ex art. 1810 c.c.

Anno I, numero III, ottobre/dicembre 2014

di NICOLETTA SCIARRATTA

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Cass. Sez. Un. 29 settembre 2014 n. 20448, Rel. D’Ascola, torna a pronunciarsi sulla delicata questione dell’inquadramento giuridico del comodato di immobile destinato ad abitazione familiare; la Corte, questa volta, interviene su impulso della Terza Sezione, la quale, con l’ordinanza interlocutoria del 17 giugno 2013 n. 15113, per il tramite del Presidente, manifesta la volontà di sollecitare un revirement giurisprudenziale rispetto a quanto statuito, dalle stesse Sezioni Unite, dieci anni prima, con la sentenza del 21 luglio 2004 n. 13603 (in Famiglia e Diritto, 2005, 599 s. con nota di Al Mureden, L’opponibilità del provvedimento di assegnazione della casa familiare tra tutela dei figli e diritti del comodante; in Corriere Giuridico, 2004, 1439 s. con nota di Quadri, Comodato e “casa familiare”: l’intervento delle Sezioni Unite)

La causa, poi rimessa al Supremo Consesso, riguarda un’azione – promossa dal comodante – volta ad ottenere il rilascio di un immobile concesso in comodato al figlio in occasione del matrimonio; convenuta anche la nuora, questa resiste, opponendo l’assegnazione del suddetto immobile, ottenuta in sede di separazione coniugale, quale genitore affidatario del figlio minorenne.

La principale questione giuridica riguarda la qualificazione di questa particolare tipologia di comodato, laddove la particolarità sta proprio nella destinazione e nelle esigenze che lo stesso deve soddisfare, e che ne giustificano un trattamento speciale. Nella specie, l’attore, posto che il contratto era stato stipulato senza indicazione di un termine di durata, lo inquadrava nella categoria del come comodato “precario” ex art. 1810 c.c., ai sensi del quale – in questi casi – il comodatario è tenuto a restituire la cosa non appena il comodante lo richieda; lo stesso, infatti, afferma che, di fatto, non sussisteva alcun vincolo di destinazione dell’immobile alle esigenze abitative familiari e che, anzi, lo stesso era stato concesso in godimento «quale sistemazione temporanea provvisoria e precaria per i giovani coniugi», aspetto che non era stato adeguatamente verificato in sede di merito.

Il precedente cui si deve guardare, e cui fa riferimento anche la Terza Sezione nell’ordinanza, è la sentenza del luglio 2014. Anche in quel caso, la Corte si era trovata dinnanzi una situazione analoga: il proprietario di un immobile agiva nei confronti del proprio figlio e della nuora per ottenere il rilascio dell’appartamento concesso in comodato al primo per adibirlo a casa familiare, immobile che poi, a seguito della separazione coniugale, era stato assegnato alla donna quale affidataria del figlio minorenne. In quell’occasione la Cassazione afferma il seguente principio di diritto: “(…) nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni (…), emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina una concentrazione, nella persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento (…), con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto dal contratto…”. L’unica possibilità che rimane al comodante è di addurre la sopravvenienza di un bisogno urgente e imprevisto ex art. 1809 c.c., che, secondo quanto stabilito dalla giurisprudenza costante, deve anche presentare i caratteri della serietà, della concretezza e dell’imminenza.

La giurisprudenza successiva si è attestata su questo orientamento (Cass. 19939/08, in Foro it., 2008, I, 3552; Cass. 18619/10 in Giur. it., 2011, 1279; Cass. 4917/11 in Riv. giur. Ed., 2011, I, 890; Cass. 13592/11 in Contratti, 2011, 1103), con l’unica eccezione della sentenza del 7 luglio 2010 n. 15986 (in Dir. Famiglia, 2011, 608 s. con nota di Marini Termine del comodato ed esigenze abitative della famiglia ), nella quale, la Terza Sezione della Cassazione, statuì il principio opposto a quello cristallizzatosi dal 2004 in poi:  “nel comodato precario avente ad oggetto un bene immobile, la determinazione del termine di efficacia del vinculum iuris è rimessa in via potestativa alla sola volontà del comodante, che ha facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene, senza che assuma rilievo la circostanza che l’immobile fosse stato adibito ad uso familiare ed assegnato, in sede di separazione dei coniugi, all’affidatario dei figli”. Quindi, la Corte riconduce questa particolare tipologia di comodato alla categoria del comodato “precario”, senza termine di durata, con la conseguenza, non trascurabile, non solo che il comodante potrebbe chiedere in qualsiasi momento la restituzione dell’immobile, ma anche che l’inesistenza del termine di durata si rifletterebbe sul provvedimento di assegnazione emesso in sede di separazione.

Fatta questa breve ricognizione dei principali precedenti giurisprudenziali in materia, sembra utile soffermarsi sulle conclusioni cui giunge la Cassazione nella pronuncia qui annotata: la stessa, riprendendo il principio statuito dalle Sezioni Unite del 2004, qualifica il comodato de quo non come “precario” ex art. 1810 c.c., ma come comodato “ordinario”, soggetto alla disciplina di cui agli artt. 1803 e ss., “con la conseguenza” – chiarisce la Corte, rifacendosi ad un orientamento costante – “che questi (il comodante) è tenuto a consentirne la continuazione anche oltre l’eventuale crisi coniugale, salva la sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno” (Contra Giampiccolo, Comodato e mutuo, in Tratt. di dir. civ., diretto da Grosso e Santoro-Passarelli, Milano, 1972, 37, e Tamburino, voce Comodato, in Enc. Dir., VII, Milano, 1960, 1005, secondo i quali è inammissibile, data la natura del comodato, la prospettiva di far gravare sul comodante “imprevisti sacrifici”).

La decisione si presta ad alcuni rilievi critici.

Indubbiamente, alla base della decisione vi è la volontà di fornire tutela ad esigenze più che meritevoli di attenzione, quali quelle della famiglia; è vero anche, però, che questo aspetto deve essere valutato tenendo conto anche di un altro profilo, ugualmente importante: quello della tutela delle prerogative del proprietario-comodante. Attenta dottrina (Quadri, Comodato e casa familiare: l’intervento delle Sezioni Unite, cit., 1442), infatti, richiama l’attenzione sulla complessità della materia, nella quale “si intrecciano fondamentali esigenze esistenziali ed economiche di tutti i membri della disciolta comunità familiare, con eventuali rilevanti riflessi sulla sfera giuridica di altri soggetti interessati ad un bene, l’abitazione, la cui problematica, a ragione, si è significativamente ritenuta collocarsi tra “diritto della persona umana e diritto reale” (quest’ultima definizione è di Breccia, Il diritto all’abitazione, Milano, 1980, 1).

La Terza Sezione, infatti, nell’ordinanza interlocutoria ritiene che l’orientamento giurisprudenziale inaugurato dalle Sezioni Unite del 2004 abbia determinato proprio quello che voleva evitare, e, cioè, una sostanziale espropriazione dei diritto del comodante, senza neppure distinguere a seconda che il proprietario sia genitore del beneficiario o sia un terzo estraneo ( V. Cipriani, Il comodato di casa familiare sotto esame: appunti per le Sezioni Unite, in Dir. fam. Pers., 2013, 1381, per il quale, nell’indagine delle peculiarità teleologiche del caso concreto, si deve avere particolare riguardo a taluni aspetti, tra i quali, appunto, “la qualità del rapporto che lega le parti: altro è se il comodante è un genitore del comodatario, altro se è, ad esempio, una società”). Come già osservato in dottrina (Fanelli, Casa familiare in comodato ed interessi protetti: quando il proprietario ha diritto alla restituzione, in Diritto e Giustizia, 2014, 26 s.; i terzi, a differenza del coniuge proprietario che deve rispettare la solidarietà post-coniugale, non dovrebbero essere costretti a subire una situazione dalla durata indefinita (la preoccupazione di un sacrificio “in via illimitata” del diritto del comodante emerge, con chiarezza, ad es., dalle considerazioni di Cass. 2750/1994 e di Trib. Napoli 15 ottobre 1997. In genere, per l’osservazione secondo cui la gratuità del comodato “non si concilia con un illimitato sacrificio del comodante”, v. Cass. 4790/1989).

La questione, poi, va analizzata sulla base dei suoi risvolti pratici: non si può negare, infatti, che, in questo modo, si scoraggia l’utilizzo dello contratto di comodato che, come osservato da attenta dottrina (Concordano su questo punto Marini, Termine del comodato ed esigenze abitative della famiglia, cit., 608; Fanelli, Casa familiare in comodato ed interessi protetti, cit., 26; ma anche Scarano, Comodato di casa familiare e provvedimento di assegnazione in sede di separazione personale dei coniugi e divorzio, in Familia, 2004, 874 s., il quale afferma che, in questo modo, “il ricorso alla figura del comodato, sembra destinato a rimanere invero scoraggiato”), soprattutto negli ultimi anni, ha rappresentato il principale strumento per superare l’ostacolo, di natura economica, alla formazione di nuovi nuclei familiari. Di conseguenza, un’applicazione troppo rigida e fedele di questo orientamento finirebbe – paradossalmente – col frustrare proprio quelle esigenze di natura familiare che, invece, intendeva proteggere, scoraggiando appunto il ricorso ad uno strumento contrattuale utile, soprattutto in periodi di crisi economica.

Ma, al di là delle ripercussioni sul piano sociale, si tratta di un aspetto, quello della tutela delle prerogative del proprietario, che non può essere trascurato, come, invece, in parte sembra fare la Cassazione (la stessa, in realtà, nell’ultima parte della pronuncia, riconosce “che la novità arrecata dalla parziale dissoluzione del nucleo familiare porti ad interrogarsi sulla ragionevolezza del permanere della destinazione nonostante l’intendimento sopravvenuto di ritrattare la concessione”, ma, in ossequio al principio del rispetto dell’autonomia negoziale, non può concludere che nel senso “di rispettare il potere di disposizione del bene, quale esercitato al sorgere del contratto”).

Data la delicatezza della materia e le molteplici problematiche che la stessa presenta, la Cassazione avrebbe dovuto motivare in maniera più esaustiva, soprattutto riguardo ad alcuni aspetti che, invece, non vengono affrontati nella pronuncia: infatti, se è vero che la disgregazione del matrimonio non fa venir meno il “vincolo di destinazione” della casa, soprattutto se in sede di separazione quest’ultima viene assegnata al coniuge affidatario dei figli (per ragioni di tutela della prole, soprattutto se minorenne o comunque non autosufficiente), la Corte, per esempio, non specifica cosa succede nel momento in cui quest’ultimi raggiungano l’indipendenza economica.

In conclusione, pur condividendo le ragioni di fondo che stanno alla base di questa decisione, sembra che la pronuncia in esame, da un lato non tenga in debita considerazione aspetti che andrebbero necessariamente bilanciati tra loro, e dall’altro che lasci aperti diversi interrogativi, sebbene l’intervento del Supremo Consesso, richiesto a solo dieci anni di distanza da un’altra sentenza a Sezioni Unite, fosse stato sollecitato proprio nell’auspicio di risolverli.