Il comproprietario “spogliato” della sua abitazione, che non agisca per la reintegra del possesso, non può chiedere il risarcimento del danno consistente nei costi affrontati per il reperimento di altra abitazione

Trib Palermo 19 marzo 2014 non accoglie una richiesta di condanna derivante dalla lesione del possesso.

Nel caso di specie, il comproprietario e compossessore di un immobile adibito ad uso abitativo, anziché agire in sede possessoria, aveva chiesto, in via autonoma, il ristoro dei danni patrimoniali che quella condotta turbatrice gli avrebbe arrecato sotto forma dei costi economici affrontati per il reperimento di un’altra abitazione.

Considera il Tribunale che “sopito il dibattito che ha visto impegnate dottrina e giurisprudenza nel tentativo di superare i dubbi sulla possibilità di configurare una tutela aquiliana del possesso, occorre muovere da un consolidato punto fermo: lo spoglio costituisce atto illecito che, come tale, qualora accompagnato da dolo o colpa, obbliga chi lo abbia commesso al risarcimento del danno “.

Pur tuttavia, continua il Tribunale, “il caso di specie si colora di un profilo di particolarità aggiuntiva, sollecitando l’attenzione del giudicante nei riguardi di un problema più specifico, consistente nell’accertare se si possa o meno ammettere che lo spogliato – nell’ipotesi in cui lamenti il mancato o diminuito godimento del bene nel periodo successivo allo spoglio ed intercorrente tra lo spoglio stesso e la ricostituzione della situazione possessoria, si badi, tutt’ora non avvenuta (cd. danno integrativo) – abbia titolo a promuovere la domanda risarcitoria ex art. 2043 laddove non abbia coltivato l’azione di reintegrazione nel possesso”.

“In definitiva, la questione è di comprendere se l’azione risarcitoria che si assume fondata sulla lesione del possesso, possa sopravvivere al mancato esercizio dell’azione specificamente prevista per la tutela del possesso stesso”.

Sul punto, non manca l’opinione della giurisprudenza della Cassazione: “il venir meno della ragion d’essere della tutela possessoria per intervenuta decadenza rende inammissibile anche il risarcimento del danno derivante da un comportamento lesivo che tragga origine dallo spoglio, che è in tal caso soltanto un profilo della tutela accordata dall’ordinamento al diritto soggetto del leso al fine di assicurarne la piena reintegrazione. Ne consegue che l’azione per il risarcimento del danno ha natura possessoria quando il danno consista nella sola lesione del possesso, e quindi soggiace alle regole dettate per quella tutela in ordine al termine di decadenza per proporla, mentre non ha natura possessoria, e rientra nella previsione generale dell’art. 2043 c.c., sottraendosi quindi a quelle regole, quando si lamenti anche la lesione di altri diritti del possessore, sicché la privazione del possesso non esaurisca il danno, ma si presenti come causa di altre lesioni patrimoniali subite in via derivativa dallo spogliato” (cfr. Cass 5 dicembre 2006 n. 5899, in cui il danno lamentato consisteva negli oneri condominiali dovuti per un immobile di cui di fatto lo “spogliato” non aveva il godimento).

In sostanza, afferma il Tribunale, “il danno che lo spossessato subisce per effetto della perdita della relazione col bene consiste proprio nella rottura di tale relazione e nelle eventuali conseguenze negative che questa rottura produrrà nel patrimonio dello spogliato-danneggiato, di modo che, quando la mancata ricostituzione del rapporto con la cosa dipenda dal fatto dello stesso spogliato – il quale vi ha implicitamente rinunciato, non proponendo, entro l’anno del sofferto spoglio, l’azione di reintegrazione – non si comprende perché dovere imputare una siffatta inerzia ai soggetti che di tale spoglio si sono “macchiati”.

“In tali ipotesi, il ricorso alla responsabilità civile appare del tutto inappropriato, giacché, fin tanto che il rapporto materiale con la cosa non venga ricomposto, non può dirsi esistente un danno risarcibile, tanto più se si accede all’idea che l’inutile decorso del termine di decadenza di cui all’art. 1168 c.c. rifletta il disinteresse dello spogliato al recupero della cosa stessa”.

D’altro canto, ritiene il Tribunale che “se la possibilità di recupero del bene viene meno a causa dello spirare del termine di decadenza, non ci si può poi dolere dei danni subiti per effetto di una condotta illecita contro la quale l’ordinamento, per ragioni intuibili, esige prontezza di reazione”.

Nel caso all’esame del Tribunale, si è verificata una situazione identica a quella anzi descritta: allegato (e provato) l’avvenuto spoglio ad opera dello Z., il C., anziché agire in sede possessoria, ha chiesto il ristoro dei danni che quella condotta turbatrice gli avrebbe arrecato sotto forma dei “costi economici affrontati per il reperimento di un’altra abitazione”.

In altri termini, il C., lungi dall’attivarsi prontamente per il ripristino della relazione col bene, ha lasciato decorrere il termine annuale per l’esercizio dell’azione di reintegrazione nel possesso, con ciò pregiudicando “la possibilità di introdurre, in via autonoma, la domanda risarcitoria diretta ad ottenere il ristoro del danno (extra-contrattuale) derivante dalla perdita del possesso”.