La fiction “Il capo dei capi” ha leso la reputazione degli stretti congiunti di un noto uomo politico

Trib. Palermo 18 ottobre 2013 condanna il distributore della fiction televisiva “Il Capo dei capi” a risarcire gli stretti congiunti di Bernardo Mattarella (noto personaggio politico e padre di Piersanti Mattarella, assassinato dalla mafia), falsamente rappresentato come soggetto vicino ad ambienti mafiosi.

La sentenza si segnala, sotto il profilo civilistico, perché risarcisce il danno patito “iure proprio” dagli stretti congiunti per la lesione della reputazione e della memoria del parente prossimo.

Come si evince dalla lettura della sentenza, la lesione della reputazione e della memoria di Bernardo Mattarella (e conseguentemente del figlio e dei due nipoti) può rilevarsi in almeno due scene della fiction, in cui si attribuiscono allo stesso amicizie o comunque frequentazioni mafiose che non hanno riscontro alcuno, ricorrendo ad artifici anche grosssolani.

La qualificazione come “romanzo televisivo” avente le caratteristiche di un documentario consente al Tribunale di associare l’opera ad una ricostruzione storica per la quale diventa “esigibile un preliminare riscontro circa la veridicità dei fatti narrati”.

Difatti, osserva puntualmente il Tribunale, la scelta di rappresentare personaggi reali, ancorché attraverso una visione “romanzata”, non può elidere il successivo controllo di veridicità delle vicende narrate (cfr. Cass. 12 febbraio 2008 n. 3267).

D’altro canto, il produttore (chiamato in garanzia dal distributore) avrebbe potuto adottare quelle “cautele necessarie a confondere il riconoscimento o a rendere quanto meno equivoca la riconoscibilità dei personaggi”.

In questo senso, il Tribunale aderisce alla tesi secondo cui “all’autore di un romanzo storico-sociale di ambientazione contemporanea è imposto l’obbligo – ove non voglia incorrere nella lesione dell’altrui reputazione – di adottare le cautele necessarie a confondere il riconoscimento o a rendere quanto meno equivoca la riconoscibilità dei personaggi” (cfr. Tribunale Cagliari, 13 marzo 1989).

In sostanza, “L’opera cinematografica che si presenti quale film-documentario, ossia quale cronaca di vicende storiche, deve attenersi alla realtà dei fatti.

Costituisce, pertanto, diffamazione con il conseguente obbligo di risarcire il danno subito, l’attribuzione ad un personaggio facilmente identificabile del compimento di atti e comportamenti privi di riscontro nella realtà e frutto dell’opinione dell’autore dell’opera” (Corte appello Roma, 23 settembre 2002).

Come si diceva, la sentenza condivide il principio espresso dalla giurisprudenza di merito, per il quale: “A tutela dell’onore e dell’integrità morale della persona dopo la sua morte – offesi da una pubblicazione – sono legittimati ad agire i suoi stretti congiunti, sia perché le offese ledono il sentimento di pietà che essi nutrono nei confronti dell’estinto, sia perché esse arrecano pregiudizio all’onore, al decoro ed all’integrità morale loro personali, poiché dell’offeso essi portano il nome e rappresentano la naturale continuazione generazionale” (Trib. Palermo 2 marzo 2009).

La decisione che si pubblica ribadisce, in sostanza, la possibilità, già ammessa da alcuni giudici, che lo stretto congiunto (o addirittura il convivente, Trib. Roma 10.06.2010, in Foro it., 2010, I, 2849) possa agire iure proprio a tutela della reputazione, e della memoria, del familiare diffamato.