La Corte di Giustizia su un contratto di finanziamento che preveda la possibilità di esecuzione stragiudiziale sull’abitazione del consumatore

Nella sentenza 10 settembre 2014, C-34/13, la Corte di Giustizia UE si occupa dell’interpretazione delle Direttive 93/13/CEE, in tema di clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori.

In particolare, la decisione concerne la legittimità delle clausole inserite in un contratto di finanziamento ipotecario e le modalità di realizzazione del diritto reale costituito su un bene immobile, a garanzia del prestito.

Dopo aver ottenuto in primo grado l’annullamento integrale del contratto costitutivo di garanzia e quello parziale del contratto di credito (limitatamente alle clausole considerate abusive dal giudice nazionale), entrambe le parti propongono appello; il giudice deve, a questo punto, verificare l’abusività della clausola – inserita nel contratto di garanzia – che consente al creditore di effettuare l’esecuzione stragiudiziale sul bene immobile oggetto di garanzia, senza alcun controllo giudiziale, tenendo conto, peraltro, che tale clausola discende da una disposizione normativa contenuta nel codice civile slovacco (art. 151j).

Ed è qui che s’innesta la richiesta di una pronuncia pregiudiziale della CGUE, chiamata a chiarire se le Direttive applicabili in questo caso (93/13/CEE e 2005/29/CE) vanno “interpretate nel senso che è loro contraria una disposizione normativa di uno Stato membro, (…) che consente al creditore, senza valutazione delle clausole contrattuali da parte di un giudice, di esigere la prestazione derivante da clausole contrattuali abusive, procedendo all’esecuzione sul bene immobile dato in garanzia di proprietà del consumatore, malgrado tra le parti esista un contrasto in ordine alla questione se si tratti di clausole abusive”.

Alla questione la Corte dà risposta negativa.

Vengono, preliminarmente, in rilievo gli articoli 38 (“Nelle politiche dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione dei consumatori”) e 47 (“Ogni persona i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’Unione siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice, nel rispetto delle condizioni previste nel presente articolo”) della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Inoltre, in base ad un orientamento consolidato della Corte di Giustizia, il sistema di tutele predisposto anche con la Direttiva del 1993 è giustificato dalla situazione d’inferiorità nella quale viene a trovarsi il consumatore nei confronti del professionista, situazione di cui si deve naturalmente tenere conto. A questo si deve aggiungere che, nel caso di specie, il bene immobile sul quale era stata costituita la garanzia era anche la casa d’abitazione del consumatore, il che rendeva la questione ancor più delicata, tenuto conto del fatto che il diritto alla casa, in Europa, oggi ha ricevuto riconoscimento sia a livello normativo che giurisprudenziale.

La Corte afferma tuttavia che, dal momento che la Direttiva 93/13/CEE non contiene alcuna indicazione relativa all’esecuzione sui bei oggetto di garanzia, spetta a ciascuno Stato membro disciplinare la stessa, in ossequio ai principi di equivalenza (per cui la normativa non deve essere meno favorevole di quella che disciplina situazioni analoghe sottoposte al diritto interno) di effettività (per cui la normativa non deve rendere impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti riconosciuti dall’UE).

Nella fattispecie, vista la possibilità per il giudice nazionale di adottare, in qualunque momento, un provvedimento provvisorio che vieti la prosecuzione dell’esecuzione sul bene, la Corte ritiene che tale strumento possa essere considerato adeguato ed efficace per far cessare l’applicazione di clausole abusive, considerazione che però poi rimette al giudice del rinvio: infatti, conclude affermando che una normativa come quella slovacca non contrasta con la Direttiva del 1993, solo qualora non renda impossibile o, comunque, arduo l’esercizio dei diritti che tale Direttiva riconosce al consumatore, “il che deve essere verificato dal giudice del rinvio”.