La Corte di Appello di Bari su prescrizione del reato e indennizzo per irragionevole durata del processo: lucido esempio di dialogo tra giudice interno, Corte Costituzionale e giurisprudenza CEDU

Con decreto 10 settembre 2014 la Corte di appello di Bari, Giud. Gaeta, si pronuncia su prescrizione del reato e Legge Pinto (L. 89/2001)

L’attore, dopo aver subito un processo penale durato più di dieci anni, aveva presentato ricorso per ottenere l’indennizzo del danno da irragionevole durata del processo presupposto, poiché era stato superato ampiamente il limite di durata fissato in cinque anni per i due gradi di giudizio.

Nel caso di specie veniva in rilievo l’art. 2 comma 2-quinquies lett. d) della l.89/2001 a mente del quale: “non è riconosciuto alcun indennizzo nel caso di estinzione del reato per intervenuta prescrizione connessa a condotte dilatorie della parte”.

Alla luce della lettera di questo articolo, la Corte d’Appello di Bari solleva questione di legittimità costituzionale, nella parte in cui la norma limita l’esclusione dell’indennizzo ai soli casi di intervenuta prescrizione causata da condotte dilatorie di parte e non anche nelle ipotesi in cui l’estinzione per prescrizione si realizzi in assenza di quest’ultimo presupposto (nella specie non emergevano, infatti, condotte di tale sorta né da parte dell’attore né degli avvocati).

La Corte territoriale osserva che, se da un lato, questa disposizione normativa risultava conforme all’orientamento prevalente (confermato da ultimo dalla sentenza della Cassazione 24376/2011), dall’altro, si poneva in contrasto con la giurisprudenza CEDU, sviluppatasi, soprattutto, dopo l’inserimento, all’art. 35 della Convenzione, di una nuova condizione di ammissibilità dei ricorsi, il c.d. “significant disadvantage”, cioè la prova che il ricorrente abbia subìto un pregiudizio importante. In particolare viene richiamato l’orientamento emerso nella sentenza Giorgi c. Italia, nella quale la Corte EDU ha escluso la sussistenza di tale condizione in un caso in cui l’imputato, a causa della durata eccessiva del processo, aveva ottenuto la prescrizione del reato più grave, beneficiando di una compensatio lucri cum damno.

Con ordinanza 223/2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità sollevata per due importanti ragioni: la Consulta osserva, infatti, che si sarebbe dovuta verificare, preliminarmente, la possibilità che, pur in assenza di condotte dilatorie, l’estinzione del reato per prescrizione costituisse, quantomeno, elemento valutabile al fine di superare la presunzione di esistenza di un danno da eccessiva durata del processo; inoltre, richiama, il principio della prevalenza della fonte che riconosce una più ampia tutela, in quanto “il sistema di garanzia della Convenzione mira a rinforzare la protezione offerta a livello nazionale, senza mai imporle limitazioni”. Senza dire che, sempre secondo quanto affermato nella sentenza Giorgi, la soglia di gravità che una violazione deve raggiungere per giustificare un intervento del giudice internazionale, è relativa e va valutata caso per caso.

A questo punto, s’inserisce il ragionamento particolarmente apprezzabile e condivisibile della Corte d’Appello di Bari, la quale osserva che “la declaratoria di prescrizione non presuppone né l’innocenza né la colpevolezza”, quindi “l’imputato non può ritenersi sic et simpliciter “graziato” dall’estinzione, che ben può essere pronunciata in luogo dell’assoluzione nel merito”; infatti, soprattutto in alcuni casi particolari (per i reati di modesta entità anche se di natura delittuosa o per quelli ascritti a minorenni), l’estinzione per prescrizione non rappresenta un vero e proprio vantaggio, tale da escludere il diritto all’indennizzo, “essendo il danno evitato con l’estinzione del reato inferiore al danno sofferto per l’eccessiva durata del processo”.

Nella più volte citata sentenza Giorgi c. Italia, la Corte individua i diversi orientamenti emersi all’interno della Corte di Cassazione italiana, dei quali soltanto il primo – quello in base al quale la prescrizione non esclude ipso facto l’indennizzo – è oggi seguito (v. Cass. 18498/2014 e 18426/2014), in quanto considerato più aderente al testo della legge e, soprattutto, al principio della massima espansione delle tutele, come ricordato dalla Corte Costituzionale nell’ordinanza 223. Tuttavia, quest’ultima, nella parte in cui richiede un’analisi approfondita delle circostanze concrete del caso da esaminare, in parte, smentisce le due pronunce del giudice di legittimità appena citate, che, optano, in ogni caso, per quell’orientamento, giustificato dal tenore letterale della disposizione censurata.

La Consulta, invece, ritiene che proprio il tenore letterale dell’art. 2 comma 2-quinquies precluderebbe soltanto un automatismo tra prescrizione ed esclusione d’indennizzo, ma non invece il ricorso ad una compensatio lucri cum danno, specie se a prescriversi è un reato particolarmente grave.