La Cassazione e la responsabilità della banca per gestione prudenziale del portafoglio di investimento

Anno I, numero II, luglio/settembre 2014

di GIULIA GIUFFRIDA, Avvocato e dottore di ricerca in diritto dell’impresa

A giudizio della Corte di Cassazione, la banca è tenuta a risarcire il cliente in caso di gestione eccessivamente prudenziale del portafoglio di investimento.
La Suprema Corte, con sentenza n. 4393, del 24 febbraio 2014, ha infatti cassato la decisione della Corte d’Appello di Venezia relativa all’accertamento della responsabilità della banca ed al conseguente risarcimento del danno derivante dalla negligente gestione di un patrimonio mobiliare.


Prima di passare all’analisi della sentenza in commento, appare necessario un breve ricostruzione delle decisioni del Tribunale di Verona e della Corte d’Appello di Venezia e delle motivazioni ad esse sottese.
Il giudice di primo grado condannava un istituto di credito al risarcimento del danno per la negligente gestione di un patrimonio mobiliare, individuando la fonte della responsabilità della banca nella violazione del mandato ricevuto dal cliente. In dettaglio, improntando la propria azione ad eccessiva prudenza, la banca avrebbe ridotto l’entità dell’operazione mobiliare richiesta dall’investitore e per l’effetto determinato una redditività minore rispetto a quella realizzabile, tenendo un comportamento gravemente colposo. Inoltre, secondo il Tribunale di Verona, ai fini dell’accertamento della responsabilità dell’istituto, occorre disancorare la disamina dello specifico comportamento della mandataria dalla complessiva attività di gestione del portafoglio d’investimento del cliente, così compensando il danno arrecato in riferimento alla singola operazione con i migliori risultati conseguiti nei primi due anni.
Di diverso avviso si è invece dimostrata la Corte d’Appello che, in riforma della decisione del giudice di primo grado, ha negato la sussistenza della responsabilità della banca.
La corte territoriale muove dalla diversa premessa secondo cui l’inesatta esecuzione del contratto va individuata in riferimento all’attività del mandatario nel suo complesso e ne inferisce che, nel caso concreto, alla luce dei risultati conseguiti durante l’intera gestione del patrimonio mobiliare non era ravvisabile alcuna responsabilità della mandataria.

Ebbene, la sentenza in commento, rifacendosi espressamente ai principi già espressi in altra pronuncia (Cassazione Civile, 02/12/2000, n. 24548), riconosce la fondatezza della pretesa risarcitoria del cliente nei confronti dalla banca per violazione dell’obbligo di diligenza nella gestione eccessivamente prudenziale.
Due, in dettaglio, sono i principi ribaditi dalla Suprema Corte.

La prima statuizione concerne l’irrilevanza dei risultati positivi di gestione conseguiti in anni precedenti, perché la banca è tenuta ad una condotta conforme a diligenza per tutta la durata del contratto, in riferimento ad ogni singola operazione d’investimento.
Il rispetto dell’obbligo di diligenza e l’ottenimento di un guadagno per un certo intervallo di tempo, non esonerano la banca dall’improntare la propria azione alla medesima diligenza anche in un periodo successivo. In altri termini, il guadagno di cui ha beneficiato il cliente in un momento pregresso non può assolutamente essere posto in compensazione con i minori guadagni conseguiti in periodo successivo e viceversa.
In costanza di rapporto, il cliente può legittimamente pretendere che la banca garantisca senza soluzione di continuità all’investitore il miglior rendimento possibile. Non si può allora aprioristicamente escludere che l’ente creditizio, onorati diligentemente i propri obblighi in una fase della relazione negoziale, possa poi essere incorsa in un inadempimento, che giustifichi una pretesa risarcitoria da parte del cliente.
Sulla scorta di tali argomentazioni, è stata quindi affermata la responsabilità della banca la cui condotta gravemente colposa si è tradotta nel perseguire una redditività dell’investimento inferiore rispetto a quella realizzabile, anche in considerazione della più volte richiamata impossibilità di giustificare la condotta inadempiente in ragione dei risultati positivi conseguiti negli anni precedenti.
Con il secondo principio di diritto, la Cassazione conferma la possibilità del cliente di agire in responsabilità nei confronti del gestore per condotte tenute nel periodo di riferimento di un rendiconto periodico anche nell’ipotesi in cui questi non lo abbia contestato entro un termine prefissato.
Con maggior impegno esplicativo, a giudizio della Corte di Cassazione, occorre aderire all’indirizzo interpretativo che esclude la rilevanza dell’approvazione tacita delle singole operazioni attuate in esecuzione di un contratto di gestione patrimoniale (Cassazione Civile, 15/01/2000, n. 426; Cassazione Civile, 2/12/2010, n. 24548).
Preme a tal proposito rilevare l’assenza nella normativa di settore di un meccanismo di formazione tacita dell’approvazione del conto, in conseguenza dell’omessa contestazione entro un termine specifico, nonché l’impossibilità, sostenuta anche dai giudici di legittimità, di applicare analogicamente le disposizioni in tema di mandato e quelle in materia di estratti di conto corrente bancari.
Più in dettaglio, secondo la ricostruzione della sentenza in commento, per il contratto di gestione di portafogli non può trovare applicazione il disposto dettato in materia di mandato all’art. 1712, cpv, c.c. Com’è noto, tale ultima norma assegna al ritardo del mandante nel fornire una risposta alla “Comunicazione dell’eseguito mandato”, se protratto per un tempo superiore a quello richiesto dalla natura dell’affare o dagli usi, una valenza significativa e, segnatamente, di approvazione tacita della predetta comunicazione. Inoltre, tale meccanismo si perfeziona anche qualora il mandatario si sia discostato dalle istruzioni o abbia ecceduto i limiti del mandato.
Orbene, pur non potendosi revocare in dubbio la sussistenza anche in una gestione professionale del risparmio della medesima esigenza, ravvisabile nel mandato, di conformità del comportamento del gestore allo specifico interesse della controparte negoziale, sarebbe fuorviante postulare una sovrapposizione generalizzata delle due figure contrattuali, obliterando le peculiarità del contratto di gestione di portafogli, valorizzate da una regolamentazione autonoma.
In dettaglio, a fronte della necessità di assicurare periodicamente un flusso di informazioni dal gestore al cliente, affinché questi possa valutare i rischi e le modalità di svolgimento dell’attività realizzata nel suo interesse, si registra l’assenza, nella disciplina del mandato, di una base normativa da cui desumere un obbligo del mandatario di rendere edotto il mandante di tutte le vicende connesse all’esecuzione dell’incarico (A. Perrone, Gli obblighi di informazione, in Banca Borsa Tit. Cred., 2006).
Difatti, secondo quanto desumibile già in base al suo tenore letterale, la norma all’art. 1712 c.c. presuppone un’integrale esecuzione dell’incarico affidato dal cliente. Di contro, la gestione di portafogli, per il suo carattere continuativo e perdurante nel tempo, mal si presta ad essere approvata per singoli segmenti temporali (Cassazione Civile, 15 gennaio 2000, n. 426).
Del resto, anche il pensiero dottrinale formatosi sulla medesima questione si esprime in senso contrario ad un’estensione dell’ambito applicativo della richiamata norma prevista all’art. 1712 c.c. al contratto di gestione di portafogli (L. Picardi, Gli obblighi di rendiconto dell’intermediario nella gestione di portafogli, in Banca Borsa Tit. Cred., 2012, 4; M. D’Auria, Sull’obbligo di rendiconto nella gestione di portafogli di investimento, in Giur. It., 2011).
Si ribadisce, a tal proposito, che l’estensione del principio di approvazione tacita ai rendiconti periodici non contestati entro un termine, che potrebbe riferirsi come nel caso del mandato alla natura degli affari o agli usi, mal si concilia con le disposizioni specifiche in materia di gestione di portafogli finalizzate, come noto, a garantire all’investitore un grado di tutela maggiore.
Come sopra si accennava, la Corte di Cassazione, oltre a non ritenere applicabili le disposizioni sul mandato, nega espressamente la possibilità di un’applicazione analogica anche della disciplina in materia di estratti conto bancari e, segnatamente, della regola (dettata agli artt. 119 t.u.b. e. 1832 c.c.) dell’approvazione tacita in mancanza di opposizione scritta del cliente.
Giova a tal proposito precisare che le comunicazioni periodiche di cui all’art. 119 t.u.b. si collocano, al pari dei rendiconti di gestione, nella fase successiva alla stipula del contratto e sono volte a fornire adeguata informazione in merito allo svolgimento del rapporto (E. Minervini, La trasparenza contrattuale, in Contr. 2011, 978; A. Nigro, Le linee di tendenza delle nuove discipline di trasparenza. Dalla trasparenza alla consulenza?, in Dir. Banc. Merc. Fin., 2011, I, 20).
Tanto premesso, occorre rilevare che la regola di approvazione tacita degli estratti conto e delle altre comunicazioni periodiche alla clientela, oltre ad assolvere ad una funzione descrittiva della situazione in un determinato arco temporale, risponde ad una esigenza di certezza dei rapporti, viceversa non riscontrabile nel caso dei rendiconti del gestore di portafogli, dato il carattere dinamico e discrezionale dell’attività svolta (L. Fiorani, Brevi osservazioni sull’approvazione dell’estratto conto, in Banca Borsa Tit. Cred., 2011, 4, 74).
E’ proprio sulla base del quadro normativo sopra delineato che la Corte di Cassazione ha condivisibilmente riconosciuto il diritto del cliente di pretendere, in qualsiasi momento, che la banca garantisca il miglior rendimento possibile nella gestione del portafogli di investimento.