Composizione delle crisi da sovraindebitamento: il “piano del consumatore” al vaglio della giurisprudenza

Anno I, numero I, aprile/giugno 2014

di ENZA PELLECCHIA, Professore associato nell’Università di Pisa 

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I provvedimenti Trib Pistoia 27 dicembre 2013   e Trib. Pistoia 28 febbraio 2014 sono i primi emessi in applicazione della legge n. 3 del 2012 sulla composizione delle crisi da sovraindebitamento: offrono uno spaccato della realtà con riguardo alle cause del sovraindebitamento; consentono di vagliare la declinazione in concreto di alcuni dei criteri cui è subordinata l’applicazione della nuova normativa relativamente alla procedura denominata “piano del consumatore”; rendono evidente la necessità di un coordinamento con la disciplina dei contratti di credito dei consumatori.

La nuova normativa prevede tre procedure di composizione della crisi: l’accordo del debitore, il piano del consumatore e – in alternativa o, in talune specifiche ipotesi, in consecuzione ad entrambe le procedure – la liquidazione del patrimonio.
I decreti in commento riguardano un’ipotesi di piano del consumatore, procedura introdotta in sede di modificazione della l. 3/2012 a seguito delle critiche rivolte alla originaria formulazione della legge, che prevedeva un’unica procedura per un’ampia gamma di debitori (civili, commerciali, persone fisiche, enti collettivi). La nuova procedura è invece riservata solo al consumatore ed è caratterizzata dall’assenza di un procedimento volto ad acquisire l’adesione dei creditori al piano proposto: è basata su una valutazione giudiziale della fattibilità del piano e della condotta del consumatore con riguardo alla ragionevole prospettiva di adempimento delle obbligazioni al tempo della loro assunzione e alla mancanza di colpa nella determinazione del sovraindebitamento.
La proposta di piano del consumatore deve essere depositata presso il tribunale del luogo di residenza del soggetto sovraindebitato, con l’allegazione di atti e documenti dettagliatamente indicati dal comma 1 dell’art. 9, nonchè un’attestazione di fattibilità del piano (comma 2 dell’art. 9) e una relazione particolareggiata dell’organismo di composizione della crisi sulle cause dell’indebitamento, sulla diligenza del debitore, sulle cause dell’incapacità di adempiere, sulla solvibilità del consumatore, sulla probabile convenienza del piano rispetto all’alternativa liquidatoria (comma 3 bis).

Proprio sulle cause dell’indebitamento e sulle cause dell’incapacità di adempiere, il decreto del giudice delegato con cui viene concessa l’omologazione si rivela particolarmente utile ed evidenzia al contempo il prezioso ruolo degli organismi di composizione della crisi (assunto peraltro, nel caso specifico, da un singolo professionista, come consentito dal comma 9 dell’art. 15 della l. 3/2012) nel riempire di contenuto formule come “cause dell’indebitamento”, “diligenza impiegata dal consumatore nell’assumere volontariamente le obbligazioni”, “ragioni dell’incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte”, “attestazione di fattibilità del piano”, “probabile convenienza del piano rispetto all’alternativa liquidatoria”.
Si legge infatti nel decreto che, con riferimento alle cause dell’indebitamento e alla diligenza prestata nell’assumere le obbligazioni, “i finanziamenti in essere sono stati contratti per mancanza di liquidità e per fornire aiuti economici al proprio figlio”, titolare di un’azienda florovivaistica”, nonchè per acquistare un’utilitaria e per spese mediche dentistiche.
Quanto alla diligenza nell’adempiere le obbligazioni, si sottolinea la mancanza di protesti e di esecuzioni individuali negli ultimi cinque anni e la regolarità degli adempimenti, venuta meno solo in tempi recenti, individuando la causa dell’incapacità di adempiere nel “progressivo accumularsi di debiti“, nell’aumento delle spese correnti necessarie per la vita quotidiana, nella sopraggiunta malattia del figlio (con il venir meno del suo contributo al pagamento di debiti assunti anche nel suo interesse).
Viene altresì meticolosamente ricostruita la crescita progressiva dell’esposizione debitoria (fino a quasi 54.000.000 euro), in un arco di tempo nel quale risulta evidente l’iniziale compatibilità dell’indebitamento con le capacità reddituali della famiglia: compatibilità venuta però bruscamente meno a seguito della malattia del figlio e della conseguente contrazione degli introiti realizzati con l’attività florovivaistica.
Infine, il piano viene giudicato fattibile (dal momento che “l’importo mensile medio offerto costituisce circa il 21% del reddito netto percepito), sostenibile per il debitore (tenuto conto delle spese correnti per il sostentamento del nucleo familiare), conveniente per i creditori sia rispetto all’alternativa liquidatoria (con la quale si otterrebbero 25.889.000 euro, a fronte dei 27.000.000 euro da distribuire proporzionalmente ai creditori mediante pagamento di novanta rate da 300 euro mensili) sia in relazione alla durata del piano (otto anni).

Di avviso diverso rispetto al giudice delegato è però in sede di reclamo il Tribunale di Pistoia, adito da un creditore che già si era opposto all’omologazione deducendo l’assenza delle condizioni di meritevolezza di cui all’art. 12 bis comma 3, l. 3/2012 per negligenza del debitore il quale, al momento della stipula dell’ultimo (e più oneroso) contratto di finanziamento, non poteva non essere consapevole delle proprie difficoltà economiche.
Il Tribunale accoglie il reclamo, ritenendo che siano errati i calcoli della complessiva “redditualità familiare” ed errate, di conseguenza, sia la valutazione circa la sostenibilità del progressivo indebitamento (e la sua natura non colposa), sia l’individuazione del “residuo disponibile” per le necessità di vita quotidiana una volta detratto l’ammontare complessivo dei debiti da pagare: “l’errore di fatto è stato quello di calcolare nel reddito familiare disponibile” anche quello del figlio della debitrice, derivante da “una pensione di invalidità pari a circa 450 euro mensili, quando invece risulta quale circostanza pacifica (…) che tale somma era completamente assorbita da assegni di mantenimento per la figlia minore. Dunque il residuo vitale per la famiglia (la signora, con il figlio e talvolta la nipote) veniva a ridursi a 600 euro mensili circa ovvero ad una somma inferiore al minimo vitale ragionevolmente calcolato e tale da comportare un inadempimento certo delle obbligazioni assunte”. In definitiva si tratterebbe di un sovraindebitamento “non incolpevole, nel senso che quantomeno l’assunzione dell’ultima obbligazione è avvenuta senza la ragionevole prospettiva di poterla adempiere ovvero nella consapevolezza di determinare, ove la si fosse adempiuta, l’inadempimento delle pregresse”. La revoca dell’omologazione non preclude tuttavia al consumatore “l’accesso alle altre opzioni (seppure meno convenienti) selezionabili nel catalogo delle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento”.

Difficile contestare la presenza dell’errore di fatto rilevato dal Tribunale in sede di reclamo, ma non si può fare a meno di segnalare il paradosso che si intravede sullo sfondo: il decreto di omologazione è revocato sulla base del ricorso della società finanziaria che ha erogato l’ultimo e più cospicuo finanziamento. Il creditore afferma “l’assenza delle condizioni di meritevolezza ex art. 12 bis, comma 3, l. 3/2012, per palese negligenza da parte della debitrice, che al momento della stipula del finanziamento da essa reclamante concesso, non poteva non essere consapevole della sua difficoltà economica e finanziaria”.
Il debitore, dunque, non poteva non sapere… Ma anche il creditore non poteva non sapere o quanto meno ipotizzare che il soggetto che chiedeva il finanziamento difficilmente avrebbe potuto restituirlo!
Rischia di verificarsi un cortocircuito tra la disciplina del sovraindebitamento e la disciplina del credito al consumo: l’una, severa nella valutazione della “meritevolezza” del debitore con riguardo alla natura non colposa del sovraindebitamento; l’altra, generica e indeterminata sul piano dei rimedi con riguardo alla negligente valutazione, da parte del creditore, del c.d. merito di credito del richiedente il finanziamento.

E’ evidente, infatti, che il sovraindebitamento è un processo graduale, nel quale talvolta ha un peso significativo il finanziamento erogato ad un soggetto già indebitato. Un argine in funzione di prevenzione del sovraindebitamento dovrebbe essere apprestato dalla disciplina dei contratti dei consumatori.
Si tratta però di una disciplina che – sia nella direttiva 2008/48/CE in materia di contratti di credito dei consumatori, sia nella sua attuazione con il d. lgs. 141/2010 – ha optato per la via (battuta fin troppe volte) della moltiplicazione degli obblighi di informazione, in una prospettiva volta a responsabilizzare il debitore rendendolo edotto il più possibile circa le scelte che sta effettuando.
E’ dunque prevalso un approccio responsible borrowing, mentre è stato “sconfitto” l’approccio responsible lending, orientato a sanzionare i finanziatori che procedessero alla concessione del credito senza adeguata valutazione della solvibilità del consumatore.
Una debole traccia dell’approccio responsible lending si può però rinvenire nell’art. 124–bis del Testo Unico in materia bancaria e finanziaria, che dispone che ”prima della conclusione del contratto di credito, il finanziatore valuta il merito creditizio del consumatore sulla base di informazioni adeguate, se del caso fornite dal consumatore stesso e, ove necessario, ottenute consultando una banca dati pertinente”.
Nulla viene specificato circa i riflessi della valutazione negativa, soprattutto se ad essa faccia seguito comunque l’erogazione del credito. L’art. 124 bis riferisce infatti esplicitamente la doverosità al compimento di un’attività – la valutazione – tacendo sul rapporto tra questa e le successive determinazioni: questione non astratta, giacché essa si riflette sulla enucleazione delle condotte che è possibile esigere dal finanziatore e sulla individuazione dei rimedi adeguati alla loro violazione.

Da un lato, quindi, abbiamo una disciplina del sovraindebitamento che – nell’interpretazione del tribunale di Pistoia – nega il beneficio dell’accesso alla procedura denominata “piano del consumatore” al debitore che abbia chiesto un finanziamento quando già versava in una situazione economica precaria, ma al quale il finanziamento era stato però concesso, e proprio dal creditore che chiede (e ottiene) la revoca dell’omologazione; dall’altro lato abbiamo la disciplina dei contratti di credito ai consumatori che impone al finanziatore di valutare – in fase precontrattuale – il merito di credito del richiedente, ma nulla specifica circa ulteriori comportamenti in caso di soggetto “non meritevole”.
Per disinnescare il rischio di questo cortocircuito si potrebbe lavorare sull’interpretazione dell’art. 124 bis del TUB: la disposizione potrebbe essere il nucleo normativo a partire dal quale sviluppare strumenti di tutela in caso di “credito irresponsabile”. La funzione minima essenziale della valutazione del merito creditizio va infatti individuata nel suo essere la base su cui poggia una rappresentazione accurata (da parte del finanziatore) delle caratteristiche del finanziamento e degli specifici effetti pregiudizievoli che un’assunzione non sufficientemente meditata potrebbe produrre sul patrimonio del (futuro) debitore.
Nonostante il dettato normativo dell’art. 124-bis sia oltremodo scarno, giova ricordare che la valutazione del merito creditizio è operazione che si svolge in una fase precontrattuale comunque governata dalla regola generale della buona fede, prima ancora che dalla normativa di settore.
Il finanziatore non è obbligato ad astenersi dal concedere prestiti in caso di precarie condizioni economiche del richiedente, ma non ha neppure libertà assoluta di erogare finanziamenti anche a soggetti immeritevoli: se ci si arrestasse al solo dato della mancanza di un divieto esplicito si creerebbero i presupposti per una “zona grigia” in cui troverebbero giustificazione anche condotte azzardate e non sempre limpide del finanziatore.
La correttezza riempie di contenuto gli aspetti potenziali della relazione e – come criterio di valutazione dei comportamenti – proietta sulla contrattazione una luce che rende manifeste situazioni nelle quali il contratto di credito è o può essere fonte di danno per il soggetto che riceve il finanziamento.
Si scorgono con chiarezza i tratti distintivi di una responsabilità precontrattuale per violazione dell’affidamento incolpevole.
Naturalmente occorre procedere con estrema cautela per evitare risultati aberranti – come l’equazione fra sovraindebitamento del debitore e responsabilità del creditore – che finirebbero per ledere, oltre che lo sviluppo del mercato del credito, anche gli interessi dei consumatori.
Ma qualora il debitore provi di aver confidato nella sostenibilità del finanziamento erogato – proprio perché erogato, e quindi supposto “intrinsecamente” sostenibile in rapporto al suo merito di credito valutato dal finanziatore – e di avere invece ricevuto un prestito che era insostenibile già al momento della conclusione del contratto e che tale insostenibilità poteva essere riscontrata dal creditore alla luce delle informazioni in suo possesso o che avrebbe dovuto acquisire secondo la diligenza professionale, la via del rimedio risarcitorio è percorribile.

In conclusione, un efficace sistema di contrasto al sovraindebitamento richiede strategie integrate, che operino sia sul piano preventivo che sul piano successivo. Le condotte opportunistiche dei debitori vanno scoraggiate, precludendo l’accesso a procedure premiali come il “piano del consumatore” ai soggetti che abbiano colposamente assunto obbligazioni sproporzionate alla loro capacità di reddito confidando nella possibilità di successiva utilizzazione di strumenti esdebitatori o dilatori nell’ambito della composizione della crisi da sovraindebitamento; al contempo, va attentamente scrutinata la condotta dei creditori, soprattutto in caso di contratti di credito dei consumatori, al fine di fare emergere ipotesi di concessione del credito a soggetti in condizioni economiche già precarie, configurando fattispecie di responsabilità tutte le volte in cui la valutazione del merito di credito del consumatore non è stata svolta affatto o ha condotto all’erogazione del credito a soggetto in condizioni economiche già precarie.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALEMODICA, Tutela del sovraindebitamento incolpevole (L. 3/2012) o sanzione per omessa verifica del merito creditizio (art. 124 TUB)?. Il piano del consumatore in funzione punitiva in Dir. civ. cont. 29 settembre 2014; DE CRISTOFARO, La nuova disciplina comunitaria del credito al consumo: la direttiva 2008/48/CE e l’armonizzazione <<completa>> delle disposizioni nazionali concernenti <<taluni aspetti>> dei <<contratti di credito ai consumatori>>, in Riv. dir. civ., 2008, II, 257 ss.; MODICA, Profili giuridici del sovraindebitamento, Napoli, 2012; R. NATOLI, Il contratto “adeguato”. La protezione del cliente nei servizi di credito, di investimento e di assicurazione, Milano, 2012; PELLECCHIA, Dall’insolvenza al sovraindebitamento. Interesse del debitore alla liberazione e ristrutturazione dei debiti, Torino, 2012; ROJAS, L’esdebitazione del debitore civile: una rilettura del rapporto civil law–common law, in Banca, Borsa e tit. cred., 2012, I, 314ss..